Il sapore delle poesie di Alessio Brandolini è inconfondibile, come se fossero frutti di uno stesso albero che, al termine di ogni stagione, lui raccoglie per portarli al frantoio e ricavarne dei libri. Un’immagine che sorge chiaramente dalla lettura (e rilettura) de Il fuoco della luna, volume dal carattere proprio e personalità spiccata, ma che indubbiamente fa parte di un discorso più ampio; grazie a questo ultimo libro ci rendiamo conto che tutte le sue creazioni poetiche nascono da qualcosa che ha piantato, annaffiato e potato con maestria e passione per molti anni, proprio come fa nella sua casa di campagna; un albero poetico, nato con i primi versi scritti, che si è sviluppato su precise scelte stilistiche e tematiche, frutto delle cure del suo poeta/coltivatore: sebbene ogni suo libro abbia poi un proprio gusto, ogni singola poesia è strettamente imparentata con tutte quelle che ha scritto in precedenza, indipendentemente dalle date di redazione e di pubblicazione, che rende la produzione di questo autore un unicum in continuo divenire.
Ne Il fuoco della luna, in effetti, il dialogo tra i componimenti si sviluppa non solo tra le poesie al suo interno ma anche con altre già pubblicate; leggerlo è leggere la storia poetica del suo autore, è ricreare quel “vortice nella mente” (p. 18) che ci avvicina alla genesi della creazione artistica.
Che ci si trovi davanti alla stessa pianta ne è una dimostrazione il piano stilistico che è perfettamente in linea con le pubblicazioni precedenti, mostrandoci innanzitutto una grande musicalità (v. Sulla soglia del sonno, p. 7), una cura intensa per i versi (“Cadono le foglie degli alberi con le radici piantate nelle nuvole”, p. 25) e una serie di immagini particolari, forti: “Ciò che resiste al male è stivato su piccole barche di piombo”, p. 34. Ritrova una continuità con il passato anche la scelta grafica di dividere in due strofe la maggior parte dei componimenti, che si spinge fino a spezzare i versi, creando una sospensione di grande impatto: “Un periodo // ignoto della percezione” (p. 9); una scelta del genere dà concessione al respiro, alla speranza e credo che tale caratteristica dell’autore meriterebbe uno studio critico più approfondito.
Anche la presenza di tematiche ed elementi comuni rende palese il dialogo tra le poesie. Forse l’aspetto più immediato, ben sottolineato dalle varie recensioni alla poesia di Brandolini, è la costante presenza della famiglia, composta da tutte quelle persone che hanno popolato la vita dell’autore, come lo “zio Lallo”, a cui è dedicato Il fuoco della luna, così come la commuovente poesia dal titolo “Settembre” (p. 19). Tra ammirazione e distacchi, ricordi e senso di colpa, disillusione e paura dello sfaldamento, nei versi per i familiari tornano tematiche come il vuoto, il labirinto e le macerie, vissute in una situazione in cui si è costretti a procedere adagio, come l’uomo frastornato e traballante che “ostinatamente” percorre una strada stretta che non porta da nessuna parte. Un senso di disperata provvisorietà sottolineato da oggetti come il filo, la corda, l’abisso, in cui qualsiasi tentativo di sfuggirvi non solo è vano, ma addirittura nocivo: “lancio il sasso e mi viene contro” (p. 29).
In questi scenari con i cari domina il silenzio, l’assenza di suoni che è condanna (“il silenzio è acciaio fuso / che cola nelle orecchie”, p. 9). Se, come detto, i versi di Brandolini sono sempre musicali, con un’attenzione speciale per ogni singola parola, la contrapposizione concettuale del silenzio nel componimento crea un gioco intenso nel lettore, come se la bellezza del frutto lottasse con il suo sapore aspro. La poesia, quindi, è anche invocazione all’attesa, al cambiamento, all’apparizione di un varco montaliano che spezzi il silenzio del rimorso per il non detto. Per Brandolini allora, non c’è migliore via che trovare quel varco proprio nella natura, ossia nell’unico mondo in cui il ricordo, l’esperienza e la serenità, gli hanno insegnato che tutto è possibile. La volontà è che la poesia diventi natura: un albero che dia frutti che cantino quell’amore così grande che è impossibile esprimere a gesti o a parole.
Ma perché affidarsi liricamente alla campagna? Innanzitutto, perché ha la capacità di riportarlo al passato, a un’epoca che ricorda in maniera positiva, il luogo dove ripartire nei momenti difficili, non solo standone a contatto ma anche con la semplice osservazione. E questo concetto non si esprime solo a livello tematico ma anche a livello lirico regalandoci tra i versi più belli del libro:
[…] La finestra era
il libro fruibile e lo sguardo si attaccava
al petto delle rondini, alla loro spensierata
allegria.
(p. 9)
È così forte questo legame tra poesia e natura, che anche quando una grandinata sembra che abbia distrutto tutto il raccolto, laddove il poeta e il coltivatore sembrano essere inermi davanti alla tragedia, nel momento in cui ormai è passato il tempo in cui non si è fatto quello che si poteva fare, permane la speranza di trovare ancora miracolosamente qualche frutto:
Si resta in attesa del prodigio che riporti
l’acqua alla fonte, non più la forza necessaria
per tirare fuori parole nuove mentre cadono
nel parco le foglie gialle.
(p. 12)
Se pensiamo che la natura non sopravvive di sola speranza, allora è evidente che l’albero della poesia di Brandolini, per sopravvivere, deve nutrirsi di tentativi vòlti a incentivare questo miracolo, col fine magari di poter vedere quel momento in cui finalmente “amerai / in modo del tutto imprevisto” (p. 18) o addirittura l’attimo in cui saremo “follemente amati” (p. 49). Per rafforzare questo parallelo tra poesia e albero, rileggo Le tue mani sono alberi (p. 14) dedicato al padre, in Brandolini ci ricorda che insieme al genitore non solo ha “piantato ulivi / la piccola vigna, il ciliegio, i due noci e il castagno”, ma anche la sua stessa poesia: se le tue mani sono alberi, allora le tue mani sono poesie, le mie poesie sono alberi e… le mie mani sono le tue mani.
Alessio Brandolini, Il fuoco della luna, Edizioni Fili d’Aquilone, Roma 2024.
POESIE DI ALESSIO BRANDOLINI
da Il fuoco della luna
L’ISOLA SENZA MARE
Ci giro intorno riflettendo sul muro
che ci divide, su ciò che potevamo essere.
Cos’è successo al giardino? Ognuno
ha ciò che si merita, si dice. Perché, allora,
analizzare foto, gesti e frasi? Non è caduta
la grandine, non abbiamo incendiato la casa:
solo un distacco in punta di piedi, in silenzio.
Tutto sospeso e ti chiedo: come puoi vivere
così, senza un cuore? Lo hai rinchiuso
in una scatola e ora rimbomba perché vuole
uscire e andare per le vie dell’isola senza mare.
ACCENDERÒ FUOCHI
Tutto ruota intorno all’antico disagio
lo annaffio e sbocciano rose, un tappeto
di morbida erba che purifica l’aria
rende più agevole il vacillante percorso.
Ombre inabissano le parole di un padre
e i boschi intorno al paese. L’affilata
memoria non lascia scampo. Aspettare: sì
ma fino a quando? E non sarà troppo tardi?
Ululano i lupi e il ghiaccio riveste la pelle.
Accenderò fuochi in una patria senza dolore
con quel poco di rabbia che resta per stare in piedi.
COME AFFERRARE IL FILO SPEZZATO?
Un geranio, il suo odore impastato
alla terra porta lontano, a mesi non
peggiori di questi. Da dicembre tutto
è cambiato: il silenzio è acciaio fuso
che cola nelle orecchie. Impossibile
guardare foto e ricordare è un abisso.
Occorre un ultimo calcolo dei giorni,
ridurre il passato al minimo necessario
dare spazio a ciò che resta. Un periodo
ignoto della percezione, dell’adolescente
che vive in un paese assopito. Una mela
basterà per resistere. Imiterò i pesci
che sott’acqua sorridono. La finestra era
il libro fruibile e lo sguardo si attaccava
al petto delle rondini, alla loro spensierata
allegria. Come afferrare il filo spezzato?
L’aria del mattino nell’imperturbabile
serenità degli alberi, su ogni singola foglia.
LA CORDA SOSPESA NEL VUOTO
Vorrei risolvere ogni problema, raschiare
tutte le offese date e ricevute: le amnesie,
l’indifferenza, l’attesa di vederti spuntare
con un sorriso il giorno in cui mia figlia
si è laureata, quante cose avrei dovuto fare
e non ho fatto! Tornare indietro? Sì, perché
ho sbagliato a non dire quel che pensavo
quando era il momento giusto, farlo ora
per me è impossibile, proprio non ci riesco.
Si resta in attesa del prodigio che riporti
l’acqua alla fonte, non più la forza necessaria
per tirare fuori parole nuove mentre cadono
nel parco le foglie gialle. Preferisco, come
sempre, avanzare adagio sulla corda sospesa
nel vuoto. Da anni ho dentro un male
che mi blocca, tagli profondi nella mente
e con gli anni sanguinano di più. Non è vero
che tutto si ripara, si avanza solo verso il silenzio.
MATTONI FORGIATI CON I SOGNI
Allo stesso modo in cui si innalzano castelli
in aria lui pensava di aver tirato su una casa
semplice ma dai forti pilastri, un solido tetto,
muri portanti. Con moglie e figli, un amore
da mettere sottovuoto, difenderlo da tempeste
e invidia. Riserva di forza e di coraggio
per gli istanti più duri, i mesi in cui la pioggia
trascina via i colori, l’allegria, i mattoni
forgiati con i sogni. Voglia di piangere
ma non poteva farlo perché sarebbe bastata
una lacrima per ritrovarsi a vivere in un deserto.
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Alessio Brandolini (1958) vive a Roma dove si è laureato in Lettere. Ha pubblicato i libri di poesia: L’alba a piazza Navona (1992, Premio Montale Inedito), Divisori orientali (2002, Premio Alfonso Gatto Opera Prima), Poesie della terra (2004), Il male inconsapevole (2005), Mappe colombiane (2007; tradotto in spagnolo: Mapas colombianos, Colombia 2015), Tevere in fiamme (2008, Premio Sandro Penna), Il fiume nel mare (2010, Finalista Premio Camaiore), Nello sguardo del lupo (2014; tradotto in spagnolo: En la mirada del lobo, Messico 2018), Il volto e il viaggio (2017, con disegni di Stefano Cardinali), Il tuo cuore è una grancassa (2022; tradotto in spagnolo: Tu corazón es un bombo, Spagna-Messico 2025) e Il fuoco della luna (2024).
Sono uscite le antologie: Il futuro è un campo incolto (2016) e Città in miniatura (2021; tradotto in inglese: Miniature Cities, Stati Uniti, 2023 e in spagnolo: Ciudad en miniatura, Colombia, 2024). Antologie della sua opera sono state pubblicate in Costa Rica, Colombia, Argentina e Romania.
Nel 2013 ha pubblicato il libro di racconti Un bosco nel muro. Traduce dallo spagnolo e dal 2006 coordina «Fili d’aquilone», rivista web di «immagini, idee e Poesia». Nel 2011 ha fondato la casa editrice Edizioni Fili d’Aquilone.
marco.benacci@live.com
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